Con Tatto
418778_342426565845156_1584112606_n E’ molto difficile parlare di emozioni, ogni persona di fatto intende quest’ultime in maniera del tutto personale. A me piace parlare di emozioni come una sorta di moneta, con tutto ciò che implica un’affermazione del genere. La moneta è un mezzo di condivisione geograficamente determinato, anche le emozioni lo sono. La moneta è caratterizzata da formati diversi sia per materiale che per importi, e questa differenziazione è valida anche per tutta la complessità della sfera emotiva. Ogni essere vivente sembra possedere una propria moneta e la difficoltà nasce, appunto, quando non riusciamo a condividerla in un “mercato globalizzato”. Penso si possa incominciare a parlare di globalizzazione del “sentito” come una sorta di calderone di numerosi parametri che per forza il sistema universale di valori ci incanala a provare in nome della condivisione. Siamo letteralmente bombardati da stimoli esterni che non possiamo ignorare e, in ogni dove, c’è un etere di sentimenti che sembra bisogna afferrare ed offrire ai propri interlocutori per essere accettati. Nell’incontro con l’altro il rischio dell’equivoco è dietro l’angolo: la probabilità di avere, come monete emotive, l’uno gli “euro” l’altro i “dollari” mette tutti noi in un humus fertile di incomprensione. Da una parte la globalizzazione sta portando indiscusse agevolazioni commerciali a livello economico e a forti rassicurazioni a livello affettivo, dall’altra il rischio di omologarsi ha già portato all’appiattimento dell’originalità e dell’approccio artigianale alle “cose”, comprese anche le emozioni. Dobbiamo per forza tenere insieme due forze contrastanti: l’esigenza di essere “condivisibili” e allo stesso tempo la necessità di gridare al mondo la nostra unicità. I contesti sociali contemporanei stanno domando la nostra esclusività. La globalizzazione si è insinuata nei nostri “perché”, nei nostri ragionamenti, ha oliato meccanismi che stanno diventando inerziali in una sorta di convinzione che va bene così. Lavorare su sé stessi sembra andare in controtendenza rispetto a questo “moto a luogo globalizzante”, approfondirsi significa assumersi il rischio di percepirsi decontestualizzati in questo tempo-spazio dove noi tutti viviamo. Che si voglia oppure no dobbiamo riconoscere che abitiamo un cosìddetto “qui ed ora”, ovvero l’occidente-del ventunesimo secolo, e questa è un’affermazione a cui nessuno si può sottrarre. La sfida a cui siamo chiamati appare essere quella di permetterci di essere unici in un mondo forte di valori estremamente condivisi. L’incontro con l’altro deve quindi prevedere una visione lucida di cosa noi possiamo condividere e di cosa si deve condividere per ottenere una presenza al mondo che ci permetta di esprimerci. Le domande che guidano questo approccio sembrano immediatamente conseguenti: quali sono le mie attitudini, i miei talenti, la mia moneta? Una risposta consapevole a questi interrogativi ci aiuta a capire cosa mettiamo a disposizione nella relazione con l’altro, intuire di conseguenza cosa il nostro interlocutore mette in gioco a sua volta. Il contatto con l’altro a questo punto sarà inevitabile, palesando orizzonti relazionali fino a prima impensabili. Nel bene e nel male si potranno valutare meglio le prospettive di comunicazione che due entità creano nell’incontro reciproco, perché saremo più concentrati a valutarne il futuro di queste. Posizionandoci nel futuro con una base solida del presente ci permetterà di acquisire sicurezza, la postura relazionale potrebbe essere nuova. In tutto questo le emozioni, moneta di passaggio e di scambio, terreno comunicativo a cui non possiamo sottrarci, pena una perdita d’informazioni troppo penalizzante, forse distruttiva. Siamo esseri incastrati in una logica che fa della condivisione il suo manifesto, la via preferenziale per poter poi sostenere chi siamo. Gridare al mondo la nostra unicità è una conseguenza di un lavoro a tappe, fatto di numerose consapevolezze; non possiamo pensare di partire esclusivamente dal voler affermare la nostra unicità senza aver appreso i mezzi per comunicarla. Questo lavoro non è facile, ma ciò che non si dice mai è che potrebbe essere affascinante, divertente. Leggi tutto

profilo - Andrea Brugnera

Dott. Andrea Brugnera

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Sono uno psicologo-psicoterapeuta clinico-dinamico iscritto all'Ordine degli psicologi della Regione Veneto, ricevo negli studi di Conegliano Veneto e Treviso. La mia esperienza mi ha portato ad occuparmi in particolar modo dei disturbi dell'umore e dell'ansia di tutte le fasce d'età e dei disturbi del comportamento alimentare, ma non solo. Il supporto ed il trattamento  psicologico è rivolto a tutti coloro i quali si accorgano che qualcosa debba mutare nell'individuo, nella coppia o nella famiglia. Il mio approccio clinico è dinamico-transculturale, grazie al quale differenze culturali e provenienze geografiche differenti non sono un ostacolo ad una comprensione del disagio. Valorizzando le risorse che ognuno di noi possiede e minimizzando le carenze, si può ottenere molto. La guarigione può rivelarsi un concetto fuorviante, l'obiettivo è contestualizzarci in un mondo alle volte più veloce di noi.

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