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Cos’è il “Cyberbullismo”

Per Cyberbullismo si intende un qualunque atto di bullismo inflitto tramite mezzi di comunicazione telematici, come ad esempio cellulari, social network, e-mail, blog e quant'altro. Ciò che potrebbe non essere chiaro, è definire se in una situazione un individuo sia vittima o meno di bullismo. Qualunque genere di comportamento aggressivo e intimidatorio intrapreso da una persona verso un'altra, sia verbale che agito, può essere definita bullismo. I motivi che scatenano questa aggressione sono svariati, e spesso contestualizzati in una precisa fascia d'età, che va dalla pubertà alla tarda adolescenza. Il bisogno di affermazione e potere può essere prima percepito e poi declinato in modalità non consone da parte di alcuni individui, che, per diverse motivazioni come ad esempio l'educazione ricevuta, l'inclinazione caratteriale, il temperamento, il contesto socio culturale ed economico, possono intraprende comportamenti lesivi. Dopo questa brevissima parentesi sul concetto di bullismo, a me piacerebbe sottolineare invece il difficile compito che i genitori dei ragazzi devono assolvere, ossia quello di percepire una situazione di disagio potenzialmente pericolosa senza invadere la privacy dei propri figli, alla quale questi ultimi tengono più di quanto si possa immaginare. La diversità è sempre stata oggetto d'interesse da parte delle persone, e condizioni come l'aspetto estetico inusuale, l'orientamento sessuale, la timidezza, l'essere straniero e persino la disabilità sono i più frequenti pretesti per essere vittime di episodi di bullismo. Sapere questo è già un buon punto di partenza ma non basta, specie quando le figure genitoriali non hanno sottomano il modo di rapportarsi dei figli sui mezzi di comunicazione moderni, social network in primis. Il problema principale è che il tempo e le modalità di oppressione aumentano esponenzialmente grazie al web, che non conosce orari o tempi prestabiliti. Il Cyberbullismo è definito da chi lo subisce molto più traumatizzante rispetto a quello della vita reale, a causa dell'enorme visibilità che i moderni sistemi di comunicazione offrono. Stabilire degli orari precisi (specie in giovane età) nei quali si può accedere o meno a determinati siti web è la prima regola affermano gli esperti, ma non basta. Bisogna agire alla radice, punendo i responsabili e aiutando le vittime a difendersi da sole, attraverso un dialogo che miri alla consapevolizzazione del proprio essere. L'essere consci del fatto che la nostra diversità è un valore e non un difetto, è parte della soluzione del problema del bullismo, declinato anche in modalità “Cyber”. Bisogna però sottolineare che il controllo da parte dei genitori dev'essere sempre elevato, spesso la vergogna ed il disagio delle vittime rimangono silenti in ambito familiare. Il controllo, allo stesso tempo, dovrebbe sempre rispettare l'autonomia dei figli, ponendo i genitori nel difficile ruolo di monitorare con discrezione: più facile a dirsi che a farsi.  

I disturbi del comportamento alimentare in ottica transculturale

I disturbi del rapporto dell’uomo con il cibo e l’alimentazione sono stati descritti anche in epoche remote. Ma è solo nel Novecento, in una parte limitata del mondo, che si è presentato il problema di amministrare un’offerta di cibo sovrabbondante rispetto al fabbisogno oggettivo della popolazione.
Nelle società industriali avanzate un numero sempre più elevato di individui, soprattutto donne, dedica grande attenzione e preoccupazione al controllo del peso e dell’immagine corporea attraverso diete ferree, esercizio fisico intenso e altri comportamenti, più o meno nocivi. Il fenomeno disegna lo sfondo sul quale va collocato e interpretato il progressivo aumento dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Con la rivoluzione industriale e più precisamente dopo la seconda metà del Novecento, i DCA hanno fatto il loro ingresso nel variegato mondo della psicopatologia, meritandosi categorie diagnostiche di tutto rispetto. Detto così sembra un elogio del disturbo, in realtà il fenomeno, per altro in continuo aumento, è devastante. Il cambiamento di stili di vita e di modelli culturali hanno creato i presupposti per una vera e propria epidemia sociale. Due milioni di persone in Italia soffrono di questi disturbi e decine di milioni di giovani nel mondo si ammalano ogni anno. Ogni cento ragazze in età adolescenziale, dieci soffrono di qualche disturbo collegato all’alimentazione, alcune in forme più gravi come l’Anoressia e la Bulimia, altre in manifestazioni cliniche miste. Il termine anoressia deriva dal greco, e significa mancanza di appetito, mentre la parola bulimia letteralmente significa “fame da bue”.
I Disturbi del Comportamento Alimentare sono sindromi cosiddette “culture bounded”, legate a certe culture e specifiche di alcuni paesi. Ne dobbiamo tenere conto per valutare la diffusione di questi disturbi e per sviluppare una riflessione sull'aspetto culturale dei DCA. Sono disturbi frequenti nei paesi ricchi e fortemente industrializzati: Europa occidentale, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, Sudafrica, Giappone. Sono assenti o molto rare nei paesi poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. La diffusione di queste patologie nei paesi dell’Est europeo (aumentata a partire dalla caduta del Muro di Berlino), del Terzo Mondo e fra gli immigrati da nazioni povere verso nazioni ricche, appare correlata al miglioramento delle condizioni economiche e, ancora di più, ai processi di occidentalizzazione culturale.

È da notare che, nei paesi poveri ed emergenti, dal punto di vista dei DCA stanno aumentando, in misura esplosiva, i casi di obesità.
Il culto della magrezza femminile segue la stessa distribuzione geografica e temporale dei disturbi dell’alimentazione, e forse questo non é un caso. In India, per esempio, l’aumento dei casi di Anoressia e Bulimia sembra essere direttamente proporzionale alla diminuzione delle misure delle attrici più popolari del cinema indiano. Il caso del Giappone è abbastanza paradigmatico: in questo paese la forte ambivalenza tra modelli culturali orientali e occidentali è confermata dalle percentuali di prevalenza dei DCA riscontrate in alcuni studi: se i sintomi anoressici sembrano essere piuttosto rari (1 caso su 500 in città e 1 su 2000 in ambiente rurale), lo stesso non può essere detto per la Bulimia, chiamata Kibarashi-gui, la cui prevalenza varia in Giappone dal 2,1 al 3,6% a seconda della zona considerata. Il concetto di acculturazione ci viene in aiuto al fine di comprendere meglio ciò che sta succedendo. L'acculturazione è in buona sostanza l'accettazione passiva del contesto culturale prominente da parte di un individuo, favorita dai sottogruppi culturali, dalle mode e dai media. Essa si riferisce sopratutto al processo di cambiamento culturale e psicologico dovuto al contatto duraturo con persone appartenenti a culture differenti.
Appare quasi inevitabile che quando gruppi appartenenti ad una cultura diversa vengono a contatto in maniera abbastanza veloce con la cultura occidentale, questi risultino molto più vulnerabili ai DCA. L'attenzione all'individualità, al successo ed al consumismo sembrano essere i primi pattern con cui si devono confrontare coloro i quali provengono da culture più collettivistiche.
Dr. Andrea Brugnera, psicologo riceve a Conegliano Veneto, Treviso

Nonostante tutto siamo ancora carne

Sento la necessità di approfondire una questione importantissima, quella del nostro rapporto con il web, con internet, con i mezzi di comunicazione che ci lasciano inermi davanti ad uno schermo. Bisogna fare molta attenzione a trattare questi argomenti, perchè schierarsi ideologicamente è un forte rischio. Il progresso e l'evoluzione dell'uomo hanno preso una direzione ben precisa, la tecnologizzazione della comunicazione ha portato con sé molti vantaggi, indiscutibili, ma anche molte problematiche.

Ciò che ora è possibile fare con una connessione ad internet, pochi anni or sono era semplicemente inimmaginabile, ma questo fenomeno ha generato una forte ambivalenza, ovvero una sorta di confusione su dove e come una persona possa identificarsi in maniera inequivocabile. I social network tutti, gli aggregatori di utenti, siti che cominciano ad assomigliare a veri e propri “bar” dove incontrarsi ad una determinata ora, intimità esibite, tutto ciò ha un effetto su di noi, ed esserne almeno consapevoli è un buon punto di partenza.

La crisi economica da una parte, ma voglio dire anche una sorta di volontario ritiro dall'altra, sta spingendo le persone a stare più a casa, perché la platea del confronto sta mutando, il nostro setting è ora anche la “rete”, e questo penso che non sia una novità. C'è dell'altro, la sensazione che dal comunicare come conseguenza dell'esistere si stia passando all'esistere come effetto della comunicazione è forte in me, e quotidianamente ne vedo i segnali.

Ciò nonostante l'uomo, fin quando sarà carne, non avrà scampo, dovrà sempre e comunque scambiare con il prossimo parole, odori, fluidi ed infine emozioni. Queste ultime si stanno evolvendo e intrecciando con i nuovi sistemi di comunicazione, in una sorta di sovrapposizione incestuosa che crea disagio, perchè no anche vera e propria psicopatologia. Il gap da colmare è enorme, venendo da millenni di storia passati tramandandosi oralmente (o più recentemente con carta e penna) gli accadimenti, ci siamo trovati a dover gestire una velocità di cambiamento destabilizzante, specie negli ultimi cinquant'anni. In questo spazio ci siamo noi, da reinventare, da ricollocare, per stare il più possibile sereni con noi stessi, per rendere la nostra storia compatibile con il nostro futuro.

Dr. Andrea Brugnera,  psicologo riceve a Conegliano Veneto, Treviso.

Obiettivo benessere

Non è facile ambire ad una condizione di benessere, specie quando difficoltà di ogni genere si frappongono tra noi ed il mondo circostante. Alle volte però non abbiamo ben chiaro in cosa potrebbe consistere ciò che ci faccia sentire bene. Condizioni di stress lavorativo, disagio economico, una carente rete sociale e problemi di ogni tipo continuano a farci ragionare partendo da punti di vista disadattivi. Un buon lavoro su sé stessi parte proprio da qui, dal chiarire quali obiettivi porci, quali mete sono alla nostra portata e quali strumenti abbiamo a disposizione per raggiungerli. Il contesto esterno ci pone alla continua ricerca di qualcosa che potrebbe essere irraggiungibile, portando così il nostro umore a non essere in linea con le nostre aspettative. La sottile linea che separa le sacrosante ambizioni di ognuno di noi con il raggiungimento di quest'ultime, non è poi così sottile alle volte, sebbene ci si possa convincere del contrario.


Non sto affermando che il ridimensionarsi in senso negativo sia la via di per sé giusta per non trovarsi in difficoltà, bensì vorrei sottolineare il problema che questo aspetto pone, ovvero la creazione di un humus fertile a sensazioni depressive e a disagi di ogni tipo. Riuscire ad imporci piccoli obiettivi realistici avendo chiare le nostre risorse disponibili, dovrebbe essere il lavoro che ognuno di noi opera su sé stesso, per ambire di conseguenza ad una condizione di benessere che contempli il fattibile e si giustifichi di per sé. L'autorevolezza di una sensazione può essere determinante per ciò che quell'emozione può innescare, ed un benessere bio-psico-sociale può essere pienamente esperito solamente se autorizzato da noi stessi. Il rischio che fattori esterni comandino il nostro “sentire” è sempre più forte in questa società, e solamente la consapevolezza di ciò che determina i nostri stati interiori può aiutarci ad inseguire un vero e proprio benessere. Non oso infine spiegare in cosa possa consistere tale benessere, in quanto rimane un evidente concetto personale, mi spingo solamente a porre l'attenzione su quanto sia importante per ognuno di noi legittimare una sensazione di bene-stare.

Dr. Andrea Brugnera, psicologo riceve a Conegliano Veneto, Treviso.

Il fascino del vocabolario

Dietro ai nomi, agli aggettivi e più in generale alle descrizioni che noi tutti usiamo ogni santo giorno per dare un senso agli accadimenti, si nasconde un meccanismo “significante” di cui ignoriamo, il più delle volte, la consistenza. E' sempre stato così, le cose più importanti ci passano sotto il naso senza che noi coscientemente riusciamo ad accorgercene, lo diceva anche Antoine de Saint-Exupéry nel suo famoso racconto “Il Piccolo Principe”: l'essenziale è invisibile agli occhi. Cosa c'è di essenziale nell'uso del linguaggio? C'è che dalla nostra disponibilità e varietà di parole che usiamo per raccontarci il mondo esterno, dipende il significato che noi stessi diamo a quella realtà. Accade poi che questo processo di attribuzione di senso è intimo complice delle nostre ansie, paure e gioe. L'importanza di avere a disposizione chiavi di lettura “altre” è senza dubbio la via regia per assicurarci un miglior modo di stare al mondo, per dirla come direbbe Darwin un “miglior adattamento all'ambiente”. Molto spesso l'esigenza di un supporto psicologico nasce proprio da qui, da uno spiccato senso di frammentazione e non collocamento nel nostro contesto di vita, dovuto senza dubbio alle singole ed inequivocabili storie personali di ognuno, ma anche ad un mancato “raccontarsi” più adattivo, evolutivo.

L'enorme confusione che aleggia dietro la figura professionale dello psicologo-psicoterapeuta deve essere chiarita, deve in qualche modo essere risolta e resa disponibile a tutti con un linguaggio che lasci innanzi tutto chiarezza. Come mai scrivo ciò proprio ora? Perchè io stesso come professionista non posso permettermi di predicare bene e razzolare male. Mi spiego meglio: ciò che questa breve riflessione auspica è proprio il ri-sottolineare l'importanza di essere io stesso chiaro con i miei lettori, di usare io stesso un linguaggio adattivo per spiegare in maniera sempre più completa ciò che io faccio per mestiere. Con la stessa enorme sensibilità con cui una persona si rivolge ad un professionista come me, lo psicologo-psicoterapeuta dovrebbe approcciarsi al paziente. Intuire la necessità di dare un nome diverso alle “cose” per collocarsi in maniera migliore in questa realtà, è già un gran passo verso un percorso che può offrire tanto, a tutti, senza per questo pensare che raccontarsi in altre modalità sia un trucco, un escamotage. La nostra personalità, la nostra struttura ed il nostro “tratto” sono in ultima analisi vere e proprie risorse che devono essere ri-messe a disposizione per una nuova evoluzione. L'intuizione di aver bisogno che qualcosa si debba muovere per stare meglio, esige un linguaggio che la sviluppi, la maturi, l'alimenti. Tale linguaggio è il mio strumento di lavoro.

Dr. Andrea Brugnera, psicologo riceve a Conegliano Veneto

Dentro e Fuori

Alle volte sembra che la nostra vita accada nei pressi di quel “e”. Tra il dentro ed il fuori di noi stessi c’è il canale che ogni giorno ci permette di relazionarci, sentire, giudicare, stare bene o male. E’ su questo canale che accade molto, la buona scorrevolezza di questa strada è un fattore sicuramente predittivo di benessere. Su questo percorso, però, accade di tutto. Aspettative, credenze da rispettare e paure assomigliano a veri e propri posti di blocco che ostacolano la libera circolazione. Quando non si sta bene, per così dire, abbiamo spesso una sensazione di immobilità, di mancato movimento affettivo, una condizione di stagnazione ed errata corrispondenza tra un mondo cosiddetto interiore e la realtà che ci circonda.

Il nostro dentro, ovvero il nostro motore emotivo, è molto potente, abbisogna di una struttura capace di metterne a terra la potenza per girare nei circuiti della realtà. Approcciarsi allo psicoterapeuta è di fatto un percorso di conoscenza e di gestione delle nostre componenti emotive al servizio di una buona connessione con la realtà che ci circonda. Lavorando sul flusso di connessione tra noi e il mondo esterno interpreteremo meglio sconnessioni, curve, inversioni di marcia che la realtà ci impone per arrivare alle nostre mete. S’imparerà poi, dalle piccole cose, a leggere le mappe, a capire quale strada è migliore per le caratteristiche che possediamo, e forse poi a prenderci anche gusto nell’organizzare i nostri percorsi. A me piace pensare che l’arte della consulenza psicologica non possa che essere un’arte anch’essa umana, quindi per definizione un’attività che procede per tentativi ed errori, fino ad arrivare alla miglior gestione di noi stessi. Durante questi tentativi, però, si muove sempre qualcosa che libera la strada.

Con Tatto

E’ molto difficile parlare di emozioni, ogni persona di fatto intende quest’ultime in maniera del tutto personale. A me piace parlare di emozioni come una sorta di moneta, con tutto ciò che implica un’affermazione del genere. La moneta è un mezzo di condivisione geograficamente determinato, anche le emozioni lo sono. La moneta è caratterizzata da formati diversi sia per materiale che per importi, e questa differenziazione è valida anche per tutta la complessità della sfera emotiva. Ogni essere vivente sembra possedere una propria moneta e la difficoltà nasce, appunto, quando non riusciamo a condividerla in un “mercato globalizzato”. Penso si possa incominciare a parlare di globalizzazione del “sentito” come una sorta di calderone di numerosi parametri che per forza il sistema universale di valori ci incanala a provare in nome della condivisione.
Siamo letteralmente bombardati da stimoli esterni che non possiamo ignorare e, in ogni dove, c’è un etere di sentimenti che sembra bisogna afferrare ed offrire ai propri interlocutori per essere accettati. Nell’incontro con l’altro il rischio dell’equivoco è dietro l’angolo: la probabilità di avere, come monete emotive, l’uno gli “euro” l’altro i “dollari” mette tutti noi in un humus fertile di incomprensione. Da una parte la globalizzazione sta portando indiscusse agevolazioni commerciali a livello economico e a forti rassicurazioni a livello affettivo, dall’altra il rischio di omologarsi ha già portato all’appiattimento dell’originalità e dell’approccio artigianale alle “cose”, comprese anche le emozioni. Dobbiamo per forza tenere insieme due forze contrastanti: l’esigenza di essere “condivisibili” e allo stesso tempo la necessità di gridare al mondo la nostra unicità. I contesti sociali contemporanei stanno domando la nostra esclusività. La globalizzazione si è insinuata nei nostri “perché”, nei nostri ragionamenti, ha oliato meccanismi che stanno diventando inerziali in una sorta di convinzione che va bene così. Lavorare su sé stessi sembra andare in controtendenza rispetto a questo “moto a luogo globalizzante”, approfondirsi significa assumersi il rischio di percepirsi decontestualizzati in questo tempo-spazio dove noi tutti viviamo. Che si voglia oppure no dobbiamo riconoscere che abitiamo un cosìddetto “qui ed ora”, ovvero l’occidente-del ventunesimo secolo, e questa è un’affermazione a cui nessuno si può sottrarre. La sfida a cui siamo chiamati appare essere quella di permetterci di essere unici in un mondo forte di valori estremamente condivisi.

L’incontro con l’altro deve quindi prevedere una visione lucida di cosa noi possiamo condividere e di cosa si deve condividere per ottenere una presenza al mondo che ci permetta di esprimerci. Le domande che guidano questo approccio sembrano immediatamente conseguenti: quali sono le mie attitudini, i miei talenti, la mia moneta? Una risposta consapevole a questi interrogativi ci aiuta a capire cosa mettiamo a disposizione nella relazione con l’altro, intuire di conseguenza cosa il nostro interlocutore mette in gioco a sua volta. Il contatto con l’altro a questo punto sarà inevitabile, palesando orizzonti relazionali fino a prima impensabili. Nel bene e nel male si potranno valutare meglio le prospettive di comunicazione che due entità creano nell’incontro reciproco, perché saremo più concentrati a valutarne il futuro di queste. Posizionandoci nel futuro con una base solida del presente ci permetterà di acquisire sicurezza, la postura relazionale potrebbe essere nuova. In tutto questo le emozioni, moneta di passaggio e di scambio, terreno comunicativo a cui non possiamo sottrarci, pena una perdita d’informazioni troppo penalizzante, forse distruttiva. Siamo esseri incastrati in una logica che fa della condivisione il suo manifesto, la via preferenziale per poter poi sostenere chi siamo. Gridare al mondo la nostra unicità è una conseguenza di un lavoro a tappe, fatto di numerose consapevolezze; non possiamo pensare di partire esclusivamente dal voler affermare la nostra unicità senza aver appreso i mezzi per comunicarla. Questo lavoro non è facile, ma ciò che non si dice mai è che potrebbe essere affascinante, divertente.

Psicoterapia? Centrarsi…

Non è facile riuscire a definire cos’è la psicoterapia, se non affrontandola. Come si impara a sciare? Sciando, magari non senza qualche caduta iniziale, ma poi non si scorda per tutta la vita. La psicoterapia è come la bicicletta o lo sci, è una confidenza che concediamo a noi stessi verso qualcosa. La principale difficoltà che si ha nell’approcciarsi ad uno psicoterapeuta è quella di riconoscergli un ruolo, un pensiero del tipo: “come opera questo professionista?”. In un mondo dove il tecnicismo comanda le abitudini dell’uomo e a cui quest’ultimo deve salute, confort e comodità, è difficile al tempo stesso accorgersi di quanto siano deresponsabilizzanti alcuni aspetti della modernità che ci hanno fatto crescere così tutelati. Non voglio parlare di vizi o di concessioni che ognuno di noi, in maniera sacrosanta, si concede, ma parlo più in generale di quanto l’oggetto “terzo” sia entrato nella nostra vita e ci abbia tolto qualcosa, uno sguardo. Se hai la vettura difettosa ti rivolgi ad un meccanico, se il bagno perde acqua c’è l’idraulico, se hai un problema di salute fisica ci sono le cure ed i farmaci. Questa inerzia nel cercare “fuori” la soluzione è giustificata dalla reale necessità di un supporto logistico fatto di oggetti, attrezzi e sostanze che mettono a posto le cose. Ma quando qualcosa non va “dentro” di noi? A questo punto è normale che la spinta a cercare “fuori” la soluzione sia la postura iniziale, ormai innata. La modernità ci ha abituati così, aiutandoci in effetti a vivere in condizioni migliori rispetto al passato. Lo psicoterapeuta, però, ha a che fare con le scorie di questo modus-operandi, poiché in ogni cosa ci sono aspetti positivi e negativi. Questa figura professionale viene letteralmente investita da una richiesta di tipo “servizio”, perché è l’unica modalità che tutti noi possediamo per intendere qualcosa che ci possa aiutare. Lo psicoterapeuta in questo gioca un ruolo davvero ambiguo, si propone come servizio quando allo stesso tempo dovrà mettere in crisi l’idea di “servizio”. Il vero problema della psicoterapia viene dopo, ed è qui che si gioca la partita: allo psicoterapeuta spetta il difficile ruolo di decentrare una cultura del “servizio” per rimettere al proprio centro la persona che richiede un aiuto. Le difficoltà interiori vanno affrontate con responsabilità e autoreferenzialità, non c’è soggetto terzo che ti possa condurre al benessere se non sé stessi, c’è solamente un soggetto terzo che può indirizzare nell’impostarsi un’autonoma presa in carico. Lo psicoterapeuta ha già messo in discussione la cultura del “servizio”, conosce il proprio margine di responsabilità e le sue risorse, e l’accettazione di queste è la forza con cui esso può responsabilizzare un nuovo approccio di conoscersi, autonomo e indipendente, con i suoi confini e in dialogo con la modernità. Se ciò accade, la forza centrante che si percepisce è nettare.

Psicologo e psichiatra

Tutt’ora c’è molta difficoltà, non solo fra la gente comune ma alle volte anche tra gli addetti del settore, nel capire la differenza fra queste due figure professionali: psicologo-psicoterapeuta e psichiatra. Sembra essere chiaro un particolare quasi a tutti, o almeno è quello che ti senti dire quando si esplora l'argomento e incontri le persone: uno è medico (lo psichiatra) e l’altro no, uno può prescrivere i farmaci (lo psichiatra) e l’altro no. Tutto ciò corrisponde al vero, ma a me ora piacerebbe sviscerare un po’ di più questa differenza, tentando di non entrare eccessivamente nel particolare ma di enfatizzare le specificità di ognuno. L’umana sofferenza non può essere declinata in categorie ben precise, esistono però degl'insiemi di sintomi (che prendono il nome di sindromi) che fanno pensare lo psichiatra in una maniera, lo psicologo in un'altra.
Quando, ad esempio, una sintomatologia depressiva come il senso di colpa, la difficoltà nel provare gioia e una fiacchezza quotidiana pervadono una persona per un determinato periodo di tempo, lo psichiatra tende a far scattare immediatamente il processo diagnostico, etichettando questa sindrome come depressione, e quindi tale persona come depressa. Tutto ciò conduce il medico in un ragionare inevitabilmente deterministico, percorrendo la logica causa-effetto spesso con molto rigore. Lo psicologo-psicoterapeuta, al di là degli indirizzi teorici di riferimento, non ignora e allo stesso tempo contempla l’uso della diagnostica, ma si pone un problema diverso: a cosa serve etichettare una persona come depressa? E’ evidente che una sofferenza depressiva vada in qualche modo affrontata, ma i punti di vista possono essere differenti. Lo psicologo tenta di arrivare attraverso le parole e la relazione terapeutica alle cause di questo malessere, convinto del fatto che l’eliminazione di queste spesso non è possibile, poiché sono radicate nella storia dell’individuo. Ciò che invece diventa una possibilità è puntare alla consapevolizzazione di un disagio, che diventa di per sé una condizione pro-benessere. Mi guardo bene dal dire che lo psichiatra non è per definizione consapevole della necessità dell’indagare il vissuto del paziente, ma ciò che mi preme sottolineare è che i compiti sono spesso diversi. Determinate patologie come ad esempio i disturbi del comportamento alimentare, hanno bisogno di un trattamento multi determinato, da una parte un lavoro senza dubbio psico-educazionale e motivazionale, dall’altro un monitoraggio delle funzioni biologiche operato necessariamente da un medico, che in quanto psichiatra possa tener conto anche di variabili come umore, tratto di personalità e di vissuto familiare per citare alcuni esempi. Il supporto psico-farmacologico, ad unica discrezione del medico, può essere d’aiuto in determinate psicopatologie e in determinate tempistiche, ma ciò non può esimere che un approccio a tutto campo debba tener conto anche di altri aspetti, come il vissuto soggettivo dell’individuo. Queste due figure professionali si intrecciano in continuazione, incontrandosi in zone di condivisione pur mantenendo specificità professionali. Il singolo caso piuttosto che la storia di ognuno determineranno l’avvicinarsi più ad una figura che all’altra, ma ciò che un serio professionista della salute mentale deve tener presente è la necessità di essere consapevoli che entrambi dovranno sempre puntare ad un confronto costruttivo, che non può che produrre un miglior servizio e un più adeguato trattamento al disagio psicologico.

Dr. Andrea Brugnera psicologo, riceve Conegliano Veneto e Treviso.